5Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: 6«Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». 7Gli disse: «Verrò e lo guarirò». 8Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va’!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa’ questo!», ed egli lo fa».
10Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! 11Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». 13E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. (Matteo 8, 5-13)

Omelia di don Riccardo Pinna

Siamo qui questa sera davanti al Signore per fare anche noi l’esperienza del servo del centurione che viene guarito; anche noi abbiamo bisogno cioè di essere guariti. Siamo paralizzati nel cuore dal peccato e da tutto quello che ci allontana da Lui. E’ proprio come una paralisi: quante volte ci capita, nelle nostre giornate, di sentirci paralizzati, di non riuscire a uscire da quel male che magari può essere in spirito o può essere un “incurvamento del cuore” dal quale non riusciamo a venir fuori. E soffriamo terribilmente, perché ci sentiamo chiusi in questo male! E allora il Signore Gesù viene questa sera perché vuole guarirci, perchè vuole veramente liberarci da questo stato, da questa paralisi. Vuole che noi, come abbiamo cantato nel canto di ingresso, troviamo quella felicità che solo la sua vita ci può dare. Se c’è una cosa triste al mondo, è il non essere santi, diceva Leon Bloy: allora guardando a quelle figure che la Chiesa canonizza e pone sugli altari come testimoni del fatto che è possibile vivere questa felicità che il Signore realizza nella nostra vita stando con Lui, viene presentata oggi la figura di don Pino Puglisi, noto anche come 3P (Padre Pino Puglisi). Recentemente con i vescovi della Conferenza Episcopale Sarda ho avuto la grande occasione di andare a Palermo, per visitare non solo la città, ma anche i luoghi della vita di don Pino. Abbiamo visitato anche altri luoghi molto importanti della chiesa palermitana, come ad esempio l’opera di fra Biagio Conte, un grande frate, un religioso, che va in giro per il mondo con una croce sulle spalle come segno e richiamo alla testimonianza. Sono due grandi baluardi di spiritualità della chiesa palermitana. Approfondiamo adesso in particolare la testimonianza di don Pino Puglisi, che ha dato la sua vita per Gesù. Ascoltiamone la bella testimonianza di vita.

Don Pino è martire per l’amore di Dio. Secondo un mafioso che così ha documentato la vita di don Pino, Salvatore Cancemi, “un prete che parla soltanto non da fastidio alla mafia”, ma le parole di don Puglisi non erano solo parole: erano come delle pietre, e costruivano un nuovo modo di vivere nel quartiere. Mettevano in moto processi che la mafia non riusciva a controllare. Don Pino era un prete che non si faceva mai i fatti suoi. Rompeva una “pace mafiosa” costruita sull’indifferenza e sul silenzio di molti, in alcuni casi sulla connivenza, a volte anche di uomini di Chiesa. Don Pino fu incalzante nel chiedere ai mafiosi perchè si opponevano a educare i loro figli al rispetto reciproco, ai valori di una cultura e di una convivenza civica. Una delle domande che feci all’attuale parroco di Brancaccio, don Maurizio Francoforte, fu: “Ma perchè hanno ammazzato don Pino? Qual’è il motivo?” Il motivo era che prendeva i figli dei mafiosi e li portava in oratorio: li portava in mezzo ai giovani per far fare loro un percorso di fede, un percorso cristiano, e questo non sta bene a certe lobby, a certe impostazioni contrarie alla fede cattolica. Annunziare Cristo con la vita significa annunziarlo anche con la morte, perchè dare la vita è il segno di un amore più grande, l’annunzio di un amore che travalica l’esperienza umana.

C’è una frase di don Pino: “Sì, ma verso dove?”. E’ una delle frasi preferite di don Pino: verso dove vogliamo che vada la nostra vita? In sintonia con la teologia postconciliare, don Puglisi applicò nel suo rapporto con i giovani il concetto di vocazione nel suo senso più esteso, dalla vocazione esclusivamente sacerdotale si passò alla riflessione esistenziale sulla chiamata che ogni uomo riceve dentro di sé e che deve saper interpretare per venire incontro al Signore. Un titolo che è servito da guida alle schiere di giovani che padre Pino è riuscito ad avvicinare a Cristo. Una frase celebre di don Pino dice: “Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione, il nostro progetto d’amore. Ma non possiamo mai considerarci seduti al capolinea, già arrivati. Si riparte ogni volta. Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l’invito del Signore, camminare, poi presentare quanto è stato costruito e poter dire: sì, ho fatto del mio meglio”; “Venti, sessanta, cento anni…la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo Amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo”.

Allora la proposta spirituale di don Puglisi si può articolare in tre punti:

  • la riscoperta della paternità di Dio: Dio è nostro Padre, contro il patrinato della mafia. Lui è il Padre nostro, contrariamente alla cultura del patrinato, del più forte, del mafioso, tant’è vero che don Pino intitolò l’oratorio dei giovani di Brancaccio “Padre Nostro”. Se Dio è nostro Padre, significa che tra di noi dobbiamo guardarci con occhi nuovi perché siamo suoi figli, e quindi tra di noi siamo fratelli. Può sembrare un’omelia per i bambini delle elementari, ma se ci pensiamo tante volte ce ne dimentichiamo! Il Padre vuole sollevare la nostra vita, portarci verso relazioni nuove. “Un cuore solo e un’anima sola”, come i primi cristiani ci insegnano, contro la cultura dell’indifferenza e dell’individualismo, contro la cultura dell’essere “social”. Chi è il social? E’ chi sta sempre attaccato al cellulare e non è capace di guardare in faccia il fratello che ha un solo desiderio: essere voluto bene. Scoprire Dio come Padre mi fa alzare lo sguardo da me stesso per incontrare il bisogno di mio fratello;
  • le scelte che facciamo: le relazioni che decidiamo di coltivare, gli amici che cerchiamo nelle nostre giornate, le scelte di vita come università, scuola, lavoro, e le scelte fondamentali dell’esistenza come il matrimonio, la scelta religiosa, la scelta sacerdotale… devono essere incastonate dentro un’orizzonte più ampio, l’orizzonte della domanda su Cristo, così che la scelta diviene semplicemente una volontà di testimoniare la Sua persona. Potremmo tradurre tutto questo nella domanda: “Le scelte che faccio mi aiutano a testimoniare Cristo, a investire il mio tempo per renderGli gloria?”;
  • la letizia: don Pino, proprio mentre stava per morire, poco prima che venisse sparato fuori dalla porta della chiesa, aveva il viso lieto, tant’è vero che i due uomini che l’hanno ammazzato si sono convertiti a causa di quello sguardo rivolto ai loro occhi. Si è rivolto a loro e ha detto: “Vi stavo aspettando”. Il segreto della gioia cristiana si trova proprio nella scoperta della paternità di Dio e della nuova umanità che porta Cristo; è il segreto di una letizia che accompagna fino alla morte.

In questa adorazione, che ora iniziamo insieme, chiediamo al Figlio, presente nell’Eucaristia, che ci doni lo Spirito Santo, che ci faccia sperimentare la bellezza della vita nuova che già nel Battesimo ci è stata donata: vivere come figli di Dio e come fratelli tra di noi.

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