“Ogni atleta si astiene da tutto; essi lo fanno per una corona che appassisce, noi invece per una corona indistruttibile. E io corro, ma non come chi è senza meta” (1Cor 9, 25-26)

Cinque volte campione NBA, due volte campione olimpico, 18 volte All-Star… tanti sono stati i successi di Kobe Bryant nel mondo nello sport. Eppure il suo più grande successo è ancora sconosciuto a molti: parliamo di un successo vocazionale, che ha legato ancora di più la sua vita con la fede cattolica.

Ma andiamo con ordine: Kobe Bryant, nato a Philadelphia, crebbe in una famiglia cattolica e venne battezzato secondo il rito romano. Da piccolo ha anche vissuto in diverse città d’Italia – Reggio Emilia, Reggio Calabria, Pistoia e Rieti – , paese dove ricevette la Prima Comunione e iniziò a giocare a basket. Entrato nell’NBA a 17 anni, nel 2001 abbracciò la vocazione al matrimonio sposando Vanessa Laine nella chiesa cattolica romana di St. Edward a Dana Point in California; due anni dopo divenne padre per la prima volta. Tutto andava per il meglio: la sua carriera procedeva ben spedita. Ma pochi anni dopo Bryant si trovò a fare i conti con le sue debolezze.

Nel 2003, infatti, una donna lo accusò di stupro. Il cestista ammise di aver avuto rapporti sessuali con la donna, ma negò lo stupro. La questione ebbe ripercussioni importanti, perché molti sponsor lo hanno abbandonato, e la sua reputazione è stata infangata. Alla fine un giudice fece cadere tutte le accuse. In quella situazione, il giocatore si è scusato pubblicamente, dicendo di vergognarsi di quello che aveva fatto.

Ma il vero baratro per Bryant non fu la sua carriera infangata: nel 2011, infatti, la moglie richiese il divorzio. Nel momento in cui la sua chiamata iniziò a crollare, iniziò anche uno dei periodi più bui della sua vita, superato solo grazie alla fede cattolica.

Fu lo stesso cestista a raccontarlo in un’intervista nel 2015:

“L’unica cosa che mi ha aiutato davvero durante quel processo – sono cattolico, sono cresciuto come cattolico, i miei figli sono cattolici – è stato parlare con un sacerdote. È stato quasi divertente. Mi ha guardato e mi ha detto: ‘L’hai fatto?’, e io ‘Ovviamente no’. Poi mi ha chiesto: ‘Hai un buon avvocato?’, ed io ‘Sì, è fenomenale’. Al che lui ha detto solamente questo: ‘Lascia stare, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è tutto nelle sue mani. È una cosa che non puoi controllare, quindi lascia stare’. E quello è stato il punto di svolta”.

Dopo alcuni anni difficili, Kobe Bryant si è riconciliato con la moglie, e il loro matrimonio continuò felice. Insieme alla moglie fondò la Kobe and Vanessa Bryant Family Foundation (KVBFF), che tra le altre cose si dedica ad aiutare i giovani in difficoltà, a incoraggiare lo sviluppo delle capacità fisiche e sociali attraverso lo sport e ad assistere i senzatetto. In poche parole, decisero di vivere il loro matrimonio per il bene del prossimo, in particolare del povero e del sofferente.

Nel 2013 gli venne chiesto della sua carriera e del suo impegno con i senzatetto, e rispose:

“La mia carriera sta rallentando. Alla fine della carriera, non voglio guardare indietro e dire solo ‘Beh, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto tanti campionati e segnato tanti punti’. C’è qualcos’altro da fare. La questione [dei senzatetto] è stata relegata in un angolo perché è facile dare la colpa ai senzatetto e dire ‘Avete preso voi questa decisione sbagliata. È colpa vostra’. Nella vita, tutti commettiamo degli errori, e rimanere indietro e permettere a qualcuno di vivere in quel modo lavandosene le mani non è giusto”.

Kobe Bryant si è reso conto, grazie all’aiuto di un sacerdote e al non aver mai abbandonato la sua fede – quando gli era possibile andava sempre a Messa, non solo la domenica ma anche ferialmente! – , che la fama e la fortuna non erano niente rispetto all’importanza della fede e della famiglia, sua vocazione da sempre. Quando tutti al mondo lo hanno abbandonato, la Chiesa cattolica è sempre stata lì ad aiutarlo. E lui non ha mai rinnegato la sua fede.

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