-Ciao Giovanni, parlaci un po’ di te.   

“Ciao a tutti, sono un medico specializzato medicina d’urgenza; lavoro al reparto di medicina interna a Carpi (il reparto dove si ricoverano i malati con problemi cardiologici e respiratori). Ho 49 anni, sono sposato, ed ho 5 figli che vanno dai 5 ai 12 anni. Il tempo libero, che è veramente poco, mi piace trascorrerlo in mezzo alla natura: camminate, alpinismo ed arrampicate insieme alla famiglia ed ai miei amici. Inoltre, amo la musica: mi piace cantare e suonare la chitarra. Ascolto un po’ di tutto, spazio da Mozart ai Dire Straits e gli U2, passando per la musica cristiana contemporanea: la mia canzone preferita è “Lord, I need you” di Matt Maher. Invece, una canzone che mi rappresenta è “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2, perché io voglio puntare in alto, cercare sempre qualcosa in più e non mi voglio fermare nelle acque stagnanti della palude ma voglio andare alla fonte, non bisogna accontentarsi.”

-Descriviti in tre aggettivi. 

“Sorridente anche nelle situazioni più brutte, testardo, dinamico perché non voglio mai star fermo.”

-Sei impegnato in una comunità?   

“In passato sono stato catechista ed ho suonato la chitarra nel coro. Attualmente non ho un ruolo preciso all’interno della comunità; però partecipo ad alcune attività proposte dalla parrocchia, per esempio il campeggio delle famiglie. Purtroppo il tempo libero è poco ed ho deciso di trascorrerlo in famiglia dedicandomi all’educazione dei miei figli. Preferisco fare poche cose ma farle bene. Ora mi sento in un momento di ricerca, vorrei partecipare di più all’attività comunitaria; mi sento in cammino e sono sicuro che più avanti riprenderò.”  

Hai mai avuto momenti di difficoltà nel tuo percorso di fede? 

“Non mi sono mai trovato ad escludere l’esistenza di Dio. Ma, da ragazzo, ho avuto certi momenti in cui mi sono fatto abbindolare da alcune distrazioni che mi hanno distolto dall’orizzonte della fede però, grazie a momenti di forte incontro con il Signore, mi sono subito accorto che stavo sbagliando rotta e che dovevo seguire la fede.” 

-Come hai scoperto la tua vocazione e quanto la tua fede ha influito in questa scoperta?                               

“Sia per quanto riguarda la vocazione alla vita familiare che la vocazione al mio lavoro, la fede ha influito tanto; anzi, mi ha illuminato. Quando avevo tra i 18 ed i 20 anni sono andato ad un incontro di lode al Signore dedicato ai giovani. Quell’incontro intimo con Dio, mi ha fatto capire cosa cercavo: una persona con cui condividere il mio cammino, ma l’ho trovata circa 15 anni dopo.  La mia vita è come un viaggio in treno: per esempio, io da Bologna voglio andare a Torino e se incontrassi una persona che invece vuole andare a Milano mi dovrei discostare o da quella persona o da quella meta, ma volendo seguire i miei principi ho voluto aspettare. Ho dunque deciso di fare da solo, in senso figurato, il tratto di viaggio da Bologna a Piacenza, perché non avevo trovato nessuna ragazza che aveva la mia stessa meta. Ma poi, durante il tragitto ho incontrato una persona con i miei stessi ideali e con la quale sono arrivato alla meta, e che tuttora è la donna della mia vita. Invece la vocazione al mio lavoro è legato ad un episodio. Avevo 17 anni e trascorrevo una bella giornata al Monte Cimone (sull’appennino modenese) ma poi sono caduto dagli scii. Mi venne subito un dolore al rachide dorsale, hanno chiamato i soccorsi e sono venuti due sciatori con la barella ed in quel momento dissi “Signore, se mi lasci le gambe io farò medicina”. Sino a quel momento ero indeciso se iscrivermi in architettura o in medicina. Per fortuna che si trattavano di fratture amieliche, nel senso che il midollo spinale non fu leso, quindi potevo continuare a camminare.”

Stai vivendo in prima linea l’emergenza COVID-19?       

“Ho vissuto l’emergenza già da fine febbraio, nel mio reparto. Ci siamo quindi ritrovati i primi infettati, ma le diagnosi non erano semplici, perché avevamo alcuni pazienti con sintomi sfumati e poco chiari ed altri già gravi. È stato come uno tsunami che ci ha travolti mentre facevamo il possibile per organizzarci. Tutte le mattine e le notti eravamo terrorizzati, perché mentre le altre persone restavano a casa per via delle restrizioni del governo, noi dovevamo comunque andare al lavoro; inoltre eravamo sicuri che l’epidemia fosse arrivata anche tra noi ed avevamo paura di trasmetterla anche alle nostre famiglie. Una volta, ho iniziato ad avere sintomi come congiuntivite e mal di testa, quindi ho fatto il tampone.  I risultati mi sono arrivati alle 5.30 del mattino, quando, dopo che avevo appena fatto tre ricoveri, un’infermiera mi disse che era arrivato il risultato di un tampone. Quando sono andato a ritirarli, le due infermiere appena facevo un passo avanti ne facevano due indietro, da quel loro comportamento avevo già capito che ero un pericolo per gli altri, pertanto ho aspettato la fine della guardia notturna. Subito mi sono fatto delle domande: Come farò a proteggere la mia famiglia? Cosa mi succederà? Sono stato pervaso da un senso di insicurezza verso questa malattia, potevo cavarmela con una febbre ma potevo anche finire in rianimazione. Avevo molta paura. Mi sono chiuso nella mia stanza ma mia moglie nonostante questo non voleva lasciarmi solo, non aveva paura di me e di essere infettata. Durante la mia quarantena, ho fatto tante videochiamate con i miei colleghi e così ci facevamo coraggio. Ho ripreso, inoltre, a disegnare ed a suonare la chitarra, ho persino scritto una canzone. Anche i momenti di preghiera non sono mancati, abbiamo mantenuto il momento del rosario con la mia famiglia. Dovevo cercare di circondarmi di pensieri positivi per coprire i miei negativi ed il senso di inadeguatezza che mi attanagliava perché non potevo andare in ospedale per aiutare i miei colleghi. Dopo diciotto giorni sono tornato al lavoro, ovviamente dopo che il tampone è risultato negativo. La situazione in ospedale si era aggravata, sembrava di essere su un altro pianeta: pazienti che in una o due settimane avevano capito tutto della vita, che avevano capito l’importanza delle relazioni e dell’affetto, perché non è uno scherzo essere chiusi per giorni e giorni da soli. Quando stavo dentro le stanze degli infetti, percepivo che l’aria era piena di virus ed all’inizio entravamo bardati e quasi in apnea ma quando il paziente ci parlava, ci cadeva quel senso di paura e provavamo a trasmettere speranza.”

C’è stato un episodio che ti ha particolarmente colpito di questo contesto?                                                       

“C’era una donna che aveva il Covid, era attaccata ad un macchinario che le permetteva di respirare e non mangiava più. Un giorno mi telefonò la sua nuora e mi disse di dirle che le voleva bene. Dopo la telefonata sono andato dalla signora e le ho detto “guardi che se riprende a mangiare, tra una settimana la rimando a casa da sua nuora.” Nei giorni seguenti le è calato il bisogno di ricevere l’ossigeno e dopo una settimana si è ripresa ed è stata rimandata a casa. Ciò che più mi riempiva il cuore erano le numerose lettere che ricevevamo, in cui i pazienti e le loro famiglie ci ringraziavano perché facevamo il possibile per gli infetti. La lettera che mi ha colpito di più è stata quella che mi ha inviato la mia professoressa del liceo.”

-Come, la fede, ti sta aiutando a vivere questo momento difficile.   

“Mi sta aiutando come se fosse una fiaccola accesa in una notte buia, mi aiuta a camminare nella giusta direzione. Spesso penso a San Giovanni Paolo II e a tutte le sue grandi testimonianze di coerenza nella sua vita, considerando anche le disavventure come la guerra e la perdita dei cari che ha dovuto affrontare, ma nonostante questa non è mai mancata la sua costante forza nella fede. Lo vedo come un testimone di fede in questi tempi di burrasca.”

– Cosa consiglieresti ai giovani?                                                                 

“Consiglierei a tutti i giovani di non bruciarsi, ma di ascoltare veramente quello che dicono i genitori e le buone guide, perché vivere nell’ordine secondo la parola del Signore ti rende felice. Non concedetevi solo ai piaceri perché sono effimeri. Per esempio, se siete invitati ad una grande cena ma dovete aspettare, non andate a mangiare i banali panini del Mc Donalds, non abbiate fretta ma mangiate quel che il Signore ha da offrirvi.”

-Vuoi salutare i giovani sardi?                                                              

“Certo! Un carissimo saluto a voi ragazzi che abitate in una delle regioni più belle del mondo, sia per il fantastico mare che per i monti dalla bellezza incontaminata. Ho conosciuto tante persone dalla Sardegna, siete persone trasparenti e genuine, pertanto vi mando un bell’abbraccio anche se non vi conosco, ma so che ve lo meritate per il cammino che state facendo.”

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