-Ciao Sara, parlaci un po’ di te.    

“Ciao a tutti! Ho 29 anni e vivo a Redù, una piccola frazione di Nonantola in provincia di Modena. Vivo con i miei genitori e mio fratello più piccolo, mentre mio fratello maggiore vive con sua moglie e i miei nipotini. Sono un’infermiera nell’Ospedale di Vignola. Nel tempo libero mi piace ascoltare musica, leggere, cantare ed uscire con gli amici. Ascolto un po’ di tutto, in particolare ciò che mi parla, nel senso che non ho un genere preferito ma delle le parole preferite; mi piace tutto ciò mi trasmette qualche bel messaggio. La canzone che più mi rappresenta è “Way maker” di Leeland, in quanto rappresenta il mio essere sempre a disposizione del prossimo, infatti dice “anche se non ti vedo so che stai lavorando per me ed anche se non ti sento so che stai lavorando per me”. Ecco, io cerco sempre di essere presente per gli altri, ma lavoro sempre in silenzio. I miei amici sanno che, anche se non sono là con loro, possono sempre contare su di me.”

-Descriviti in tre aggettivi.     

 “Allora, sono puntigliosa perché tendo dare il massimo per fare poche cose e farle bene. Testarda, perché quando c’è da difendere qualcuno lo faccio sino alla fine, nonostante tutto. Sognatrice perché sì, ci vuole ogni tanto.”

 -Sei impegnata in una comunità?                                                             

“Sono impegnata nei cori, anche se in passato sono stata un po’ una tuttofare: sono stata scout, educatrice, animatrice e catechista, ma quello che mi riesce meglio è fare la corista.”  

Hai mai avuto momenti di difficoltà nel tuo percorso di fede?             

“La prima difficoltà nel mio percorso di fede l’ho avuta a 14 anni quando ho lasciato gli scout, dal momento che non mi sentivo molto a mio, ero timida e poco atletica.  A 18 anni ho avuto dei problemi di salute e me la sono presa col bersaglio più facile: Dio. Dopodiché, un giorno la mia vicina di casa mi ha chiesto di far parte del coro della chiesa, io non so perché ho detto sì. Qua c’è lo zampino del ‘Big Boss’ e da quelle semplici prove del coro è iniziato il mio percorso di riscoperta della fede. Mi sono rivista nel figliol prodigo, magari ci sono persone che hanno sempre avuto un percorso lineare mentre io sono stata un po’ il figlio ribelle, mi sono allontanata, ma poi mi sono riavvicinata e Lui mi ha riaccolto con un grande abbraccio paterno.”

Come hai scoperto la tua vocazione e quanto la tua fede ha influito in questa scoperta?

“Credo che la prima vocazione io l’abbia trovata: è essere infermiera. Fare l’infermiera ed essere infermiera, secondo me sono due cose diverse. Prendersi cura ed assistere la persona è proprio dell’infermiere e quando lo fai perdi qualcosa nel tragitto; invece, quando sei infermiere dai qualcosa in più: dai quella bontà che tu offri alla persona malata. All’inizio volevo fare l’ostetrica ma non ho passato il test universitario, quindi ho deciso di entrare in infermieristica. Allora non era la mia prima scelta, ma lo è ora. Durante i miei ultimi anni di scuola superiore cercavo una professione che mi permettesse di sfruttare il mio lato “mamma chioccia” o come lo chiamano i miei amici, “Zia Sara”. Mi piace prendermi cura degli altri e farli sentire a proprio agio. Senza il mio percorso di fede parallelo al mio percorso di salute e lavorativo, non ce l’avrei mai fatta. Dio, durante il mio cammino, mi ha fatto incontrare un sacco di persone al momento giusto, in concomitanza con le domande che mi facevo, ricevevo risposte tramite esperienze o persone. Un personaggio a me caro è la Mamma Margherita, la mamma di Don Bosco, che silenziosamente si fidava di Dio e di suo figlio ed era sempre pronta a dargli una mano. “

-Stai vivendo in prima linea l’emergenza COVID-19?           

“Sì, lavoro nel reparto Covid dell’ospedale di Vignola. Sebbene non sia un ospedale maggiore è stato comunque toccato da questa emergenza. All’inizio sembrava di essere in un film con poche certezze e la cosa più strana era non solo la paura per il paziente ma anche la paura per me stessa perché il paziente poteva essere dannoso per me e bastava un errore nella vestizione e potevo essere contagiata.  La voglia di poter portare un sorriso al paziente e di scambiare una parola di conforto svaniva tra mascherina e visiera facciale; e anche la mia voglia di mettermi in gioco era tanta, ma a volte la paura si faceva sentire. Ero comunque decisa e determinata a portare il massimo conforto sia dal punto del vista umano che sanitario a queste anziane e giovani persone che si trovavano in isolamento.  Il rapporto con le famiglie degli infetti era difficile perché essi potevano sentire solo noi, facevamo da messaggeri. Poi ci hanno donato dei tablet per effettuare delle videochiamate e da là potevano vedere i loro parenti in isolamento. I momenti più colmi di ansia si verificavano quando ricevevamo i risultati dei temponi: quando il tampone era negativo erano lacrime di gioia ma quando il tampone era positivo erano lacrime di dolore e tristezza.”

-C’è stato un episodio che ti ha particolarmente colpito di questo contesto?       

 “Non esiste un singolo episodio ma ci sono alcuni momenti forti che ho vissuto.   Solo al pensiero che molti pazienti muoiono da soli e che i loro parenti non possono vederli e non è neanche possibile celebrare un funerale, mi ha rattristato. Altro momento tosto da affrontare è la ricerca di un posto per quelli che si aggravavano in terapia intensiva, un posto in cui vivere. L’attesa di una chiamata da parte di un ospedale per dire “sì c’è un posto” è molto ansiogena.“

-Come, la fede, ti sta aiutando a vivere questo momento difficile.                                                                                          

 “Le domande sono quelle che si fanno tutti; troppi perché. Ciò che mi sta aiutando ad andare è la consapevolezza che ci deve essere una spiegazione a tutto questo, non legato alla malattia ma alle singole esperienze. Credo di non aver mai sentito Dio così vicino, sento proprio che è lì con me e mi guida.”  

Cosa consiglieresti ai giovani?   

“Ai giovani consiglierei di pensare con la propria testa che non fa mai male, di leggere e di informarsi prima di parlare, di svegliarsi la mattina con il l’obiettivo di fare anche una sola singola azione di bene verso qualcuno e cercare di farla durante tutta la giornata e infine di addormentarsi verificando che la si sia portata a termine. Non smettete mai di far del bene per gli altri.”

-Vuoi salutare i giovani sardi?

“Certo che sì, Ajò mi raccomando fate un tuffo in acqua per noi poveri modenesi senza mare e chissà, magari un giorno ci incontreremo tutti insieme per fare un mega gemellaggio (preferibilmente in Sardegna dato che c’è bel tempo e bel mare).”

Share This