Dalla Vita Seconda di Tommaso da Celano (Fonti Francescane 593-594)

Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso–cosa da sempre inaudita!–l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra, « Francesco, – gli dice chiamandolo per nome – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina ». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio. Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come
si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore. Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando–almeno all’esterno–non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto il suo animo venne meno. Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo. Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo. Incontrò un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare.

Commento di padre Andrea Mura (O.F.M. Conv.)

Quando abbiamo pensato di celebrare questa veglia, dovevamo trovare un titolo, e per questo appuntamento il titolo è “L’attimo della chiamata nel tempo di Dio”. Viene da una riflessione di Papa Francesco durante una delle Messe a Casa Santa Marta. In questa riflessione, papa Francesco dice che Dio è il padrone del tempo, e a noi uomini appartiene il momento. Nel momento che è la vita dell’uomo (la testimonianza di Carlo ci dice che la vita è veramente un attimo, un momento), il papa diceva che a esso appartengono la preghiera e il discernimento. La nostra vita è una preghiera e un discernimento continuo. Il papa prosegue dicendo che Dio è il padrone del tempo, e di fronte al tempo noi ci possiamo approcciare semplicemente sperando il meglio per il nostro futuro, per la nostra vita, e sperando che il nostro desiderio coincida col desiderio che Dio ha per noi.

Per inquadrare ciò che stasera vivremo nella preghiera, adorando il Ss.mo Sacramento, ci facciamo ispirare da due figure: Francesco e Carlo Acutis, che sarà tra poco beato. Due figure bellissime, distanti nel tempo, diverse anche nella loro evoluzione. San Francesco infatti muore a 44 anni, Carlo a soli 15 anni.

La vita di Francesco è racchiusa tra due incontri. Il primo incontro descritto da Tommaso da Celano (quello di San Damiano) e l’ultimo (quello delle stigmate) in realtà non sono stati mai citati da San Francesco. Sono due episodi importanti della sua vita che noi francescani ricordiamo sempre, ma che Francesco non vuole menzionare nel suo testamento perché appartengono alla sua esperienza interiore, al suo animo, alla sua intimità. Nel primo incontro il Crocifisso gli parla: “Francesco, va e ripara la mia casa!”. Questo ci fa pensare a quel rinnovamento che sempre crea novità nel nostro cuore: “Che cosa possiamo fare di nuovo? Come possiamo rendere nuova la nostra Chiesa?”. È un po’ il monito che dovremmo vivere sempre. Poi c’è l’ultimo incontro con il Crocifisso, in cui Francesco riceve le stimmate.

È interessante notare come in entrambi gli avvenimenti San Francesco guarda il Crocifisso: nel primo incontro, il Crocifisso ha gli occhi aperti, lo guarda e gli parla, ma quando riceve le stigmate non le riceve semplicemente da un Cristo “crocifisso e morto”, ma da un Cristo vivo, un “Serafino”, come dice Francesco descrivendo ciò che gli era accaduto ai suoi amici. E impresse nelle sue mani, nel suo costato, nei suoi piedi, i segni della sofferenza e della passione in croce di Gesù. Noi pensiamo: “Chissà che gioia aver vissuto una simile esperienza!”. Tommaso da Celano dice che Francesco, guardando quel Serafino, fu riempito di gioia insieme a dolore: di gioia, perché vedeva Gesù e lo guardava; di dolore, perché contemplava la Passione e la sofferenza di Cristo, nella quale in un modo o nell’altro tutti passiamo. L’esperienza di Carlo ci racconta la sofferenza e la morte in maniera forte. Fa parte della nostra vita. Ci auguriamo ovviamente il più tardi possibile, ma ci auguriamo che venga al momento opportuno, quando saremo capaci di accoglierla. Così nella vita di Francesco come nella vita di Carlo.

Questi due momenti racchiudono l’esperienza di San Francesco. Tutti e due sono segnati dall’incontro con lo sguardo del Crocifisso. Leggevo alcuni testi che Carlo ci ha lasciato, ed è bellissimo perché dice: “La conversione è semplicemente alzare gli occhi verso il volto di Gesù e fare questo semplice sforzo: guardare un po’ più in alto”. C’è sintonia tra queste due esperienze. Direi che c’è sintonia tra le esperienze di tutti santi, che guardano il volto di Gesù non per sentirsi giudicati, ma perché si sentono profondamente amati.

Ci sono altri due episodi della vita di Francesco che voglio raccontarvi prima di venire al cuore di quello che secondo me accomuna tantissimo e in maniera eccelsa Francesco e Carlo. Questi altri due episodi sono due incontri con i lebbrosi. Il primo incontro con il lebbroso che Francesco fece lo racconta nel Testamento: “Nessuno mi ha mostrato cosa dovessi fare, poi stetti tra i lebbrosi, e tra loro il Signore mi mostrò cosa dovevo fare. Mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi – i testi sono molto forti, gli faceva proprio ribrezzo vedere i lebbrosi – e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia”. Quella misericordia che Francesco aveva sperimentato nella propria vita sentendosi amato e perdonato, è la misericordia che lo lega ai suoi fratelli lebbrosi. Passa il tempo da solo, con loro e per loro: cura le loro ferite e le loro piaghe. Gli esperti del francescanesimo ci dicono che probabilmente Francesco svolgeva questo servizio anche con Santa Chiara. Ci sono diversi segni ancora oggi ad Assisi che dimostrano questo operato. Poi Francesco dice: “Il Signore mi ha donato dei fratelli”. Bellissimo! Me li ha donati il Signore!

E poi c’è un secondo episodio nella Vita scritta da Tommaso da Celano, che probabilmente fece scandalizzare un po’ San Bonaventura; a un certo punto della Storia decide infatti di togliere le vite di Tommaso perché rimanga solo la vita “ufficiale”, quella scritta da Bonaventura appunto. Tommaso da Celano ci scrive però che un giorno, quando ormai i frati erano già avanti nell’istituzione e avevano già fondato il convento di Santa Maria degli Angeli, , un confratello di San Francesco gli porta in convento un lebbroso. Con grande scandalo da parte di tutti i frati, Francesco esclama: “Ma tu sei un po’ matto! Porti in convento un lebbroso con tutto quello che possiamo rischiare? Andate via, tu e il lebbroso!”. Subito dopo, dice Tommaso da Celano, Francesco si vergognò profondamente. La sua ispirazione era venuta meno. La sua vocazione nasce lì, tra i lebbrosi, e quando ormai i frati erano diventati una famiglia, manda via proprio i lebbrosi! Ecco l’umanità di san Francesco: tutti i santi sono profondamente umani! È bellissimo che Tommaso da Celano abbia raccontato questo episodio di povertà di Francesco. Cosa ha dunque fatto Francesco? Si vergognò talmente tanto che ebbe desiderio di confessarsi subito, voleva liberarsi di questo peso. Andò da Pietro, uno dei primi sacerdoti dell’Ordine, si confessò e gli disse: “Mi devi dare una penitenza dura!” (non so se noi oggi chiediamo le penitenze dure…). Pietro gli dice: “Vai a mangiare con i lebbrosi!”. Francesco lasca tutto e va a mangiare con i lebbrosi. Il Celano, che racconta con una poetica forte, ci dice che le mani dei lebbrosi prendevano cibo dalla stessa ciotola dalla quale prendeva cibo Francesco. Ci viene descritto il desiderio di mangiare, di condividere, di fare Eucarestia. In questo modo Francesco vuole restituire dignità a quella persona che aveva trattato in malo modo.

Quanto dura il cammino della conversione? Basta un attimo per convertirsi, o ci vuole una vita intera? Carlo non si è convertito nella malattia. Tutti potrebbero dire: “È un ragazzino di 15 anni che si è ammalato!”; ma si è ammalato negli ultimi giorni della sua vita, non si è convertito nella malattia! Da sempre, da quando era piccolissimo, aveva tantissimo amore per l’Eucaristia, e questo secondo me è ciò che più lo accomuna a San Francesco. L’Assisiate in tutte le chiese in cui entrava, se vedeva che il Ss.mo Sacramento non era curato e venerato, faceva di tutto per mettere in ordine, per pulire, perché l’Eucaristia avesse dignità. Quella del Medioevo era un’epoca strana, perché iniziava ad esserci il grande dubbio sulla presenza reale del Signore nell’Eucaristia (non so se è un dubbio che è presente anche oggi, forse oggi è più presente l’indifferenza di fronte a Gesù Santissimo!). Però Francesco lo venerava, e anche Carlo passava il tempo tutti i giorni ad adorare il Signore. Adorare per lui significava, come nell’antichità, portare alla bocca, “ad-orare”. Gli antichi, davanti alle statue dei grandi imperatori, con la destra toccavano la statua e con la sinistra mandavano un bacio, un po’ come capita anche ad alcuni oggi, quando dopo il segno di croce mandano un bacio, un segno devozionale. Portare alla bocca… tutti i giorni Carlo si cibava dell’Eucaristia, e la sua frase tipica ormai la conoscete: “L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo!”.

Questo evento (l’amore e la passione per l’Eucaristia) accomuna a distanza di tempo, in due vite molto diverse, due grandi santi: Francesco e Carlo. Non importa ciò che c’è prima e ciò che c’è dopo, importa il momento che tu vivi con il Signore nella preghiera e nell’adorazione, portando alla tua bocca il corpo del Signore Gesù Cristo. Non importa se riceviamo l’Eucaristia nelle mani o direttamente in bocca, l’importante è portarla nella bocca e nel cuore facendo vivere Nostro Signore Gesù Cristo dentro di noi, perché è lì che il Signore vuole parlare. Gli chiediamo questo adorandolo oggi dopo averlo portato nel nostro cuore, perché esso cambi e si rinnovi, così che con il nostro rinnovamento personale anche l’intera comunità che è la Chiesa sia rinnovata.

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