“C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (Atti 13, 1-3)

Chi sono Paolo e Barnaba?

Quelli di Paolo e Barnaba sono nomi che non giungono nuovi alle nostre orecchie: nella liturgia incontriamo spesso brani biblici che parlano dei loro viaggi, nei quali evangelizzano e convertono un gran numero di persone alla fede cristiana. Ci sono poi, a riprova di questo, le lettere che Paolo inviava alle comunità convertite, per fortificarle e rinsaldarle nella fede. Ma come è iniziata questa avventura evangelizzatrice?

Conosciamo più o meno tutti la storia di San Paolo: persecutore dei cristiani col nome di Saulo, mentre si reca a Damasco per catturare i cristiani viene folgorato da una luce improvvisa, nella quale è Cristo stesso a parlargli: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Divenuto cieco dopo questo fatto, riottiene la vista grazie all’imposizione delle mani di un discepolo di nome Anania, e subito dopo viene battezzato, cambiando nome in Paolo (se vuoi approfondire, puoi trovare la storia della conversione di Paolo nel capitolo 9 degli Atti degli Apostoli).

Meno conosciuta è invece la storia di Barnaba: appare per la prima volta nel capitolo 4 degli Atti degli Apostoli col nome di Giuseppe, e viene descritto come un levita originario di Cipro. Viene soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, e viene subito descritta la sua dedizione per la prima comunità di fedeli: fa infatti dono agli apostoli dei soldi avuti dalla vendita di un campo di sua proprietà.

I due si incontrano per la prima volta nel capitolo 9 degli Atti: Paolo vuole entrare a far parte della comunità di Gerusalemme, ma viene visto di traverso da essa perché è molto conosciuto come persecutore. È Barnaba a prenderlo con sé e a presentarlo alla comunità, raccontando la sua storia di conversione: solo allora viene accolto con fiducia.

Due destini incrociati

Paolo e Barnaba riappaiono poi nel capitolo 13 degli Atti, dove li vediamo assorti in preghiera con alcuni cristiani ad Antiochia. Durante l’orazione interviene lo Spirito Santo, che fa una richiesta particolare al gruppo di fedeli: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Le vite di Paolo e Barnaba da quel momento in poi diventano interdipendenti l’una dall’altra: i due si mettono in viaggio insieme, prendono decisioni insieme, predicano insieme il Vangelo.

Possiamo cogliere le loro personalità e il loro aspetto fisico attraverso un episodio del loro primo viaggio missionario, che si trova al capitolo 14 degli Atti: appena entrati a Listra, una città dell’attuale Turchia, guariscono un uomo paralizzato alle gambe e storpio fin dalla nascita. Al vedere il prodigio, la folla prorompe in grida di gioia, gridando che gli dei sono scesi sulla terra e chiamando Paolo “Hermes” (come il messaggero degli dei) e Barnaba “Zeus” (il capo di tutti gli dei). Hermes sarebbe stato Paolo perché brutto di aspetto, piccolo di statura e loquacissimo (viene infatti specificato nel brano che egli viene chiamato Hermes “perchè era lui a parlare”). Invece Barnaba prende le parti di Zeus, il maggiore degli dei, perché grande di persona, bello di aspetto e più silenzioso. I due riusciranno a fatica a predicare il Vangelo a questa città, facendo addirittura desistere i cittadini dal sacrificare loro degli animali!

Se ci soffermiamo sulla descrizione caratteriale dei due apostoli a partire dall’interpretazione pagana dei cittadini di Listra, intravediamo la personalità di entrambi: Paolo è un apostolo carismatico, che fa grandi predicazioni e scrive lettere appassionate, dalle parole taglienti come una spada; è uno strenuo difensore del Vangelo, che vuole diffondere ovunque metta piede. Barnaba è invece più silenzioso: l’unica volta in cui lo vediamo gridare durante il viaggio è dopo essere stato nominato “Zeus” dagli abitanti di Listra. Egli in qualche modo funge da “supporto” a Paolo nella predicazione, senza mai provare invidia o rivalità per il suo ruolo preponderante. Barnaba ci insegna allora che per essere santi non è necessario essere “tutti come Paolo”, capaci di predicare in lungo e in largo o di scrivere lunghe lettere. Ognuno ha il suo dono e davanti a Dio è perdente non tanto chi ha un carattere più mite, ma colui che sotterra il proprio talento e va ad elemosinare quello degli altri.

È bello constatare che le personalità dei due apostoli non si sopraffacciano, ma che l’una sia di sostegno all’altra. È il caso del Concilio di Gerusalemme, descritto nel capitolo 15 degli Atti e svoltosi a conclusione del primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba. Tale viaggio si rivelò un successo di evangelizzazione ma aprì un dibattito nella comunità: i cristiani convertiti dal paganesimo dovevano essere circoncisi? Era un problema molto importante per la cultura religiosa dell’epoca, perché segnava uno “spartiacque” tra l’antica e la nuova alleanza.

Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi». Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro.
Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè.
Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. (Atti 15, 1-6)

Paolo e Barnaba si sostengono a vicenda durante il concilio, ribadendo che il Vangelo è per tutti. L’amicizia in Cristo è anche questo: sapersi sostenere nell’annuncio prestando attenzione e delicatezza vicendevole. È poi interessante notare come la predicazione di Paolo e Barnaba è fatta prima di tutto di concretezza: l’autore degli Atti ci dice che essi durante tutto il concilio “riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro” (At 15, 12). L’esperienza fatta insieme diventa allora strumento di condivisione, annuncio e riflessione, segno da non tralasciare per chi li ascolta.

Una coppia che… scoppia!

La stima vicendevole di Paolo e Barnaba purtroppo non sarebbe durata ancora per molto: i due, dopo il concilio di Gerusalemme, ebbero uno screzio nato da un disaccordo.

Durante il primo viaggio missionario, Polo e Barnaba avevano preso con sé alcune persone, tra le quali un certo Giovanni Marco. Quest’uomo, a un certo punto del viaggio, abbandonò i due apostoli per ritornare a Gerusalemme. Paolo non prese affatto bene questo abbandono e non dimenticò l’accaduto, probabilmente ripensando alle parole di Gesù: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio” (Luca 9, 62).

Appena terminato il concilio a Gerusalemme, Paolo desidera ritornare a far visita alle comunità che avevano incontrato. Barnaba è d’accordo, ma i due arrivano a litigare proprio per via di Giovanni Marco:

Dopo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: «Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno». Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia e non aveva voluto partecipare alla loro opera. Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore. E attraversando la Siria e la Cilicia, dava nuova forza alle comunità. (Atti 15, 36-41)

I due continueranno a predicare il Vangelo, ma senza più rincontrarsi. Da questo litigio finito male possiamo apprendere solo una cosa: anche i santi si arrabbiano, ma il Signore è capace di trarre il bene anche dalle divisioni e delle incomprensioni per disegnare nuovi scenari.

Barnaba in passato aveva visto giusto nei confronti del primo Paolo, quel Saulo appena convertito che non voleva essere accolto dalla comunità di Gerusalemme e che era stato aiutato a inserirsi proprio da lui. Ora scommette nuovamente la sua reputazione prendendo con sé Marco.

I fatti diranno che Barnaba aveva visto giusto anche quella volta: Marco in seguito diventerà un’eccellente propagatore del Vangelo, e sarà il redattore di quello che ancor oggi chiamiamo il “Vangelo di Marco”, il testo di propagazione della buona novella fatto apposta per i romani, sotto l’insegnamento dell’apostolo Pietro. Paolo stesso, anni dopo, saprà riconoscere la sua crescita e dirà nella lettera a Timoteo: “Porta con te anche Marco, perché mi sarà utile nel lavoro a servizio di Dio” (2 Timoteo 4,11).

Conclusioni

Cosa può insegnarci l’amicizia di Paolo e Barnaba?

In essa stanno a confronto due visioni diverse della missione cristiana: quella di Paolo, che non vuole con sé zavorre o persone “problematiche”, perché il suo messaggio deve correre, deve arrivare al maggior numero possibile di orecchie; e quella di Barnaba, che invece ritiene sua missione proprio dare fiducia a tali “zavorre”. Due visioni di cui è rimasta traccia nel Nuovo Testamento: da una parte Paolo con le sue lettere pastorali, coraggiose, dirette, protese verso l’annuncio puro e crudo del kerigma, la morte e resurrezione del Signore Gesù; dall’altra il genere letterario dei vangeli, che si pensa sia stata inventato proprio da Marco, un tipo di narrazione in cui viene colta l’importanza di tutta la vita di Gesù, i suoi viaggi, le sue parole, i suoi miracoli culminanti nella morte e resurrezione. Da una parte uno stile più essenziale e dall’altra una “narrazione”, il racconto di una storia concreta. Due visioni che non devono escludersi a vicenda, ma rispettarsi come facevano Paolo e Barnaba tra di loro, nella certezza che lo stesso Dio suscita l’una e l’altra.

Share This