Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pò brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Giovanni 2, 1-11)

Catechesi di mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari

Questo brano di Vangelo non è un brano sul matrimonio, ma sull’Avvento del Messia: la mancanza di vino era stata indicata dai profeti come segno tipico di una vita senza gioia. Una vita impedita nel gioire pienamente nella fraternità, a causa dell’assenza e della lontananza di Dio. Per cui l’immagine abbastanza terribile che veniva rappresentata era quella di un banchetto senza il vino, di una vita cioè senza gioia, di un lavoro senza più fine. Non possiamo pensare che siano immagini da noi troppo distanti, o che noi forse possiamo vanificare l’esistenza di una vita. Quando essa perde il suo significato perde il sale, il sapore, il gusto. Si va a lavorare: perché? Si sta assieme: per chi? Si portano avanti grandi iniziative, ma con quanta gioia? Allora già i profeti immaginavano che l’avvento del Messia doveva portare il “vino”, cioè la gioia, cioè il gusto, cioè la limpidezza di un significato che coincide con l’evidenza di una presenza, che è il significato della vita.

Quello che qui viene raccontato allora non è una scena di vita matrimoniale, è qualcosa di più: è il senso della storia dell’uomo, e in qualche modo è il senso dell’avvento di Dio. C’è un banchetto al quale vengono invitati Maria, Gesù e i suoi discepoli. Viene a mancare il vino. La donna intercede presso Gesù, quasi superando quella parola così dura ai nostri orecchi: “Donna, che vuoi tu da me? Non è ancora giunta la mia ora!”. Ma la madre invita i servitori all’ascolto. “Qualunque cosa vi dica… (bisogna tendersi all’ascolto, poi all’obbedienza di fare ascoltando) …fate secondo ciò che vi dirà!”.

E poi il resto lo abbiamo sentito: un vino tanto buono da suscitare la meraviglia degli invitati, che lo vanno a chiedere allo sposo: “Come mai questo prodigio? Come mai questo comportamento – viene evidenziato – anomalo?”

Eccovi allora due annotazioni finali e poi una sorta di declinazione.

Manca la sposa! C’è un banchetto, ci sono gli sposi, ci sono gli invitati, ci sono i servitori, c’è lo sposo… e la sposa? Siamo noi! È l’invito ad entrare nello spazio di quest’azione prodigiosa e miracolosa , cioè nei segni che Cristo ha cominciato a compiere. La sposa è la Chiesa, è la nostra umanità che chiede di gioire non possedendo qualcosa, ma nell’abbraccio di amore di qualcuno, di Colui per cui il nostro cuore è fatto. L’immagine dello sposalizio è allora l’immagine che descrive il compimento, com’è stato appena detto, della nostra vita, che può compiersi soltanto quando l’ansia, l’inquietudine, i desideri più profondi del proprio cuore possono appagarsi nell’incontro con Colui per cui il cuore è fatto. Non nel raggiungimento di un risultato o nella custodia di un’immagine o in una possessività, ma solo in un abbraccio in cui abbandonarsi. Siamo noi la sposa, e siamo chiamati a entrare in questo spazio, in questo agire luminoso di Gesù che trasforma l’acqua della nostra vita in vino di gioia.

“È questo l’inizio dei segni”: quei segni che chiedono la fede, perché Gesù sta manifestando l’inizio della letizia. L’inizio dei segni dello sposo, ossia l’inizio dell’agire dello sposo nella nostra vita, è qualcosa di indescrivibile, qualcosa che non può essere dimostrato: è una letizia che il cuore comincia a sperimentare per la prossimità di Colui che è l’Amore desiderato. Chi vive un rapporto affettivo è chiamato allora a condividere con lui o lei anzitutto il desiderio di questo compimento. Non ci rassegniamo all’acqua: vogliamo il vino! E sappiamo che può essere mutato solo da Dio. L’attesa di Dio nell’attesa del compimento della vita! Una coppia può salvare davvero la sua unione nella condivisione e nella comunione di quest’attesa, e poi nella condivisione di questa gioia che diventa obbedienza: “Fate quello che Lui vi dirà!”. Un aiuto vicendevole ad ascoltare ciò che il Maestro dice e ad accogliere tutto quello che Egli chiede di fare.

I coniugi Martin obbedirono al mistero di Dio che si manifestava nell’agire della loro vita di coppia e nelle loro figlie, perché per obbedire bisogna percepire la vita come un mistero, non la possono negare. C’è qualcosa di più profondo che affonda le sue radici in un mistero che posso solo attendere che si manifesti, ma che non posso possedere.

E infine, l’invito che può essere condiviso da marito e moglie dentro la vita comunitaria, tra persone legate da un vincolo, è quello di cogliere i segni compiuti da Gesù: dove sta agendo? Dove sta iniziando a riempire di sé la vita? Quello fu l’inizio dei segni, ma i segni continuano a ripetersi e provocano la nostra fede. Condividere la vita significa anche condividere questa gioiosa ricerca dei segni nella nostra vita.

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