«Saverio, che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima? (Mt 16,26). Pensaci bene, il mondo è un padrone che promette e che non mantiene la parola. E anche se mantenesse le sue promesse nei tuoi confronti, non potrà mai appagare il tuo cuore. Ma supponiamo che lo appagasse, quanto tempo durerà la tua felicità? In ogni caso, potrà forse durare più della tua vita? E alla morte, che cosa porterai con te nell’eternità? Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?»

(Ignazio di Loyola a Francesco Saverio)

Un nobile cavaliere

Ignazio nacque a Loyola, nei Paesi baschi, nel 1491. Ultimo figlio maschio apparteneva ad una famiglia nobile vissuta in un tempo di lotte tra fazioni avversarie e di miti cavallereschi. Come figlio cadetto non aveva accesso all’eredità: le sue possibilità stavano nella carriera ecclesiastica (ricevette la tonsura giovanissimo) o la carriera militare verso la quale si sentì presto inclinato. Iñigo, questo il suo nome di battesimo, perse presto i genitori ma gli si offrì la possibilità di essere accolto presso il Contador Mayor di Castiglia, don Velazques, ministro delle finanze del re. All’età di quindici anni ebbe la possibilità di essere educato presso la corte reale ed avere una formazione raffinata. Amava la vita del nobile cavaliere, la spada, vestire elegantemente, la fama, l’onore.

Un giovane Ignazio di Loyola, in vesti cavalleresche

L’assedio

Dopo la morte di Don Velazques, Iñigo trovò un altro patrono nel vicerè di Navarra presso cui si trasferì affiancandolo in difficili mansioni politiche: la Navarra, terra di cui riparleremo poco più avanti, da pochi anni aveva perso la sua indipendenza e ancora nel 1517 vi erano ostilità e inquietudine. Quegli anni erano anni caratterizzati da ribellioni contro la corona e contro il nuovo re, Carlo I.
L’episodio storico che più di tutti coinvolse Iñigo fino a sconvolgerne la vita fu l’assedio alla fortezza di Pamplona nel 1521. Le truppe francesi approfittando delle ribellioni della popolazione basca entrarono in Navarra con l’aiuto e l’appoggio dei nobili locali, ribelli al re. Mentre il Viceré cercava rinforzi, Iñigo insieme ad alcune truppe tentò la difesa della fortezza; benché fossero poche le possibilità di riuscita, per le sue capacità e il suo valore, il Loyola convinse i suoi a combattere fino alla fine. Fu durante questa battaglia che Iñigo rimase gravemente ferito alle gambe da una bombarda. Di li a poco, anche la sua vita per la gloria e la fama cominciò a sgretolarsi.
Fu ricondotto dopo vari giorni a Loyola, presso la casa ormai di proprietà del fratello. Le sue condizioni erano serie, le ossa della gamba spezzata si erano saldate male ed era stato necessario intervenire rompendo di nuovo le ossa e, come egli stesso racconta nella sua autobiografia, ormai per le infezioni rischiava di morire. Ma, alla vigilia della festa di s. Pietro di cui egli era devoto, cominciò a riprendersi.
Fu durante la convalescenza in casa del fratello che qualcosa di nuovo gli accadde interiormente. Immobilizzato a letto chiese dei libri: amava le storie di avventura e i racconti cavallereschi ma, non essendoci altro, si accontentò di leggere una “Vita di Cristo” e un libro sulle vite dei santi. Ciò di cui si accorse dopo qualche tempo fu il fatto che queste letture gli lasciavano l’animo sereno e lo spingevano a desiderare di vivere allo stesso modo dei protagonisti. Il suo desiderio divenne quello di mettersi al servizio di Cristo con maggior fedeltà di quella avuta verso i suoi signori di una volta.

Da cavaliere a pellegrino

Iniziò così il suo percorso di conversione fatto di preghiera, meditazione del Vangelo e riflessioni, visitando i santuari mariani di Spagna, tra cui spicca la sua sosta a Montserrat, dove depose, dopo una confessione generale e una “veglia in armi” alla Vergine, la sua spada. Cambiò il suo nome in Ignazio, donò le sue vesti ad un povero e vestito da pellegrino si diresse a Manresa dove rimase per un anno in preghiera e in ascolto della volontà di Dio: li nascono gli Esercizi Spirituali e matura la sua profonda trasformazione. Dopo essere stato pellegrino in Terra Santa e poiché non gli fu permesso di restare in quei luoghi come avrebbe desiderato, ritornò in Italia e si dedicò agli studi per poter meglio servire il Signore, fino a trasferirsi a Parigi per studiare filosofia alla Sorbona. Ignazio era un uomo che sapeva conversare con tutti, offriva il suo aiuto in vari modi e cercava coloro che desiderano servire Dio, ad essi proponeva gli esercizi spirituali. Era dunque apprezzato da tanti. Fu così anche per i suoi compagni di collegio, ma con qualcuno non fu semplice.

Una celebre raffigurazione del Loyola

L’amicizia col Saverio

Francesco Saverio (Javier) manteneva le distanze con questo suo compagno di stanza attempato e si faceva beffe di quelli che lo seguivano.
Anch’egli era originario dei paesi baschi. Proveniva dalla Navarra e apparteneva ad una nobile famiglia, caduta in disgrazia per essersi opposta, insieme ad altri nobili del luogo, all’annessione della regione alla Corona di Spagna. I nobili venivano esiliati o puniti: il castello dei Javier venne infatti distrutto per metà e i beni confiscati. Quando questo accadeva Francesco era un bambino, mentre Ignazio passava sotto la tutela del Viceré di Navarra affiancandolo nel riportare l’ordine in quella regione. Tra Francesco e Ignazio infatti c’erano quindici anni di differenza.
Quando Ignazio conosce Francesco, quest’ultimo è ormai laureato in filosofia e teologia e prossimo a divenire maestro e titolare di cattedra. Ignazio lo aiutò sia economicamente sia a procurarsi i primi allievi. Questo colpì Saverio che cominciò a fidarsi, ma i suoi interessi andavano verso la carriera e il prestigio. Ignazio, con pazienza e costanza, riuscì a conquistarlo al Signore. Certamente gli rimasero impresse alcune parole che sempre portò con sé e che lo spingeranno a grandi fatiche pur di diffondere il Vangelo e la conoscenza di Cristo nelle missioni che gli furono affidate: Ignazio, infatti, ricordandogli il passo del vangelo di Matteo: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?” commentò: “Pensaci bene, il mondo è un padrone che promette e che non mantiene la parola. E anche se mantenesse le sue promesse nei tuoi confronti, non potrà mai appagare il tuo cuore. Ma supponiamo che lo appagasse, quanto tempo durerà la tua felicità? In ogni caso, potrà forse durare più della tua vita? E alla morte, che cosa porterai con te nell’eternità? Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?”. Queste parole scavarono nell’animo di Saverio fino a conquistarlo all’amore di Dio. Ignazio e i suoi primi compagni, che ormai condividevano con lui la fede e lo stile di vita, in una cappella a Montmatre fecero voto di povertà e castità e di recarsi in Terrasanta o, qualora non fosse stato possibile, di rimettersi alla volontà del papa sulla loro vita apostolica.

San Francesco Saverio

La Compagnia di Gesù

Per seri motivi di salute, Ignazio dopo poco tempo fu convinto dai compagni a tornare nella sua terra per potersi curare per poi rivedersi e realizzare il loro progetto. Dopo diverso tempo infatti furono chiamati a Venezia da Ignazio che nel frattempo si era recato in Italia con l’intenzione di salpare per la Terrasanta. Purtroppo la situazione politica era molto incerta e ostile perciò decisero di recarsi a Roma per mettersi a disposizione del papa.
Durante questo nuovo viaggio Ignazio ebbe la famosa “visione del la Storta”, nella quale sente che Dio lo conferma nell’idea di fondare una compagnia che portasse il nome di Gesù.
“Un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, ha sentito un simile cambiamento nel suo animo e ha visto così chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo, suo Figlio, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, cioè che Dio Padre lo metteva col suo Figliolo” (dall’Autobiografia).

Con questi desideri, Ignazio e i suoi si presentano al papa Paolo III che accetta la loro offerta e affida loro come prima missione la catechesi dei bambini, nelle scuole di Roma. Qualche anno dopo, nel 1540, Paolo III approva la Compagnia di Gesù e l’anno successivo Ignazio viene eletto Superiore Generale.
Riguardo ai primi tempi così si espresse Francesco Saverio: “Fra le molte grazie che Dio nostro Signore mi ha elargito in questa vita e mi concede ogni giorno, vi è la seguente: l’aver visto da vivo ciò che ho tanto desiderato, e cioè la conferma della nostra regola e modo di vivere. Sia sempre ringraziato Dio nostro Signore perché ha ritenuto bene di manifestare pubblicamente ciò che aveva fatto sentire, nell’intimo, al suo servo e padre nostro Ignazio”.

Il logo della Compagnia di Gesù

La partenza del Saverio

Poco tempo dopo l’approvazione, Saverio partì per le Indie, su richiesta del re del Portogallo per le sue colonie. Fu un caso quasi fortuito, visto che si trovò a sostituire un altro padre che si era ammalato. Papa Paolo III lo nominò in quella circostanza nunzio apostolico in tutti i paesi asiatici.
Il viaggio fu lungo, faticoso e difficile e al suo arrivo la condizione di fede degli abitanti che si dicevano cristiani era piuttosto povera: a parte il dirsi cristiani non conoscevano nulla. Gli stessi europei li presenti non offrivano esempi di buona condotta. Saverio mise tutta la sua passione, il suo tempo e le sue energie per evangelizzare queste popolazioni, facendosi tradurre nella lingua del luogo le preghiere e gli elementi fondamentali della fede per raggiungere quante più persone possibili. A questo impegno instancabile gli abitanti, e particolarmente i bambini, rispondevano con attenzione e curiosità tali da non lasciargli nemmeno il tempo per riposare o mangiare, secondo quanto egli stesso racconta nelle sue lettere ad Ignazio.
Dalle Indie poi decise di spostarsi verso il Giappone che evangelizzò con molta fatica ed ottenendo derisione e scarso interesse. Alla sua morte poche centinaia di persone erano diventate cristiane ma almeno aveva gettato un seme. Il suo sogno irrealizzato rimase la Cina che tentò di raggiungere non senza essere stato derubato da barcaioli che si offrirono di accompagnarlo. Morì in un’isola non lontana dalle coste cinesi in preda alle febbri all’età di 46 anni.
Ignazio e Francesco non si rividero più in questa vita ma il loro legame, ben radicato nell’amicizia umana e nell’amore di Cristo, traspare nelle lettere e nella solida volontà di poter “in tutto amare e servire” colui che scelsero come loro Signore.

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