Il 24 Aprile 1970, il papa San Paolo VI si recò in visita, prima di ritornare a Roma, nel Seminario Arcivescovile di Cagliari. Qui tenne un discorso ai seminaristi sardi nella Cappella Maggiore: tale discorso venne registrato e in seguito furono editi degli opuscoli con la trascrizione delle parole del Santo Padre.

Il testo qui sotto riportato è il medesimo testo rintracciabile negli opuscoli sopra citati, editi dal Seminario Arcivescovile di Cagliari nel 1970, al quale sono state aggiunte alcune note di redazione [tra parentesi quadre] e una punteggiatura più attuale. Il discorso di San Paolo VI va naturalmente contestualizzato all’interno dell’epoca storica nel quale fu pronunciato: il Santo Padre parla di sé stesso utilizzando il “noi”; propone diverse citazioni in latino, senza tradurre in italiano; parla di Santa Caterina da Siena preannunciandone la nomina a dottore della Chiesa, che sarebbe poi avvenuta nell’ottobre 1970; in due occasioni propone due termini, che oggi sono considerati normali nel linguaggio comune, come “venuti di moda”.

Appare però chiaramente in questo discorso l’invito ad essere santi e ad ascoltare la voce del Signore tra le mille voci che vengono dal mondo, rivolto ai seminaristi sardi più volte lungo il discorso. Si tratta di un messaggio sempre attuale, che risulta sempre utile da meditare e proporre.

Di solito quando si sogliono fare discorsi così significativi, come quello che dovrei fare io in questo momento, si comincia a salutare le personalità. Abbiamo qui il vostro Cardinale Arcivescovo, abbiamo qui il Cardinale Segretario di Stato, abbiamo qui tutto l’Episcopato Sardo, abbiamo qui i professori, abbiamo i canonici ecc. Ma il mio saluto, proprio quello che sorpassa gli aspetti formali e solenni e va alla sostanza delle cose, che sono i sentimenti del cuore, i pensieri veri della mente, i valori; quando cerco questa essenzialità delle cose, a voi figlioli, a voi carissimi seminaristi, a voi, alunni di questa casa, va il mio saluto.

E siamo lieti di dedicare anche a voi…

Si, quell'”anche” qui però vi fa torto, perché sembra che vi metta in fondo; ma stiamo al proverbio “dulcis in fundo!”: non è vero? E quindi, anche se viene dopo tutte le care e belle manifestazioni di questa giornata, gli incontri, i discorsi, le visioni, le parole, quest’ultimo momento è quello che tutti li riassume e ci da, a congedo, una grande impressione di pace, di speranza e di apertura di cuore. Pensando a Cagliari, io penserò a questo momento, in cui mi sono incontrato con chi può capire di più, chi mi può dare di più: cioè voi, gioventù che vi consacrate al Signore, voi maestri e professori, che preparate le nuove leve del sacerdozio per la Chiesa di Cagliari e della Sardegna.

Dunque, siamo lieti di dedicare anche a voi un affettuoso saluto in questa memorabile giornata. Ve lo dedichiamo di cuore, e diremo che cresce in intensità anche e diminuisce in estensione, perchè vi è dovuto per un titolo tutto particolare: siete i rappresentanti del Clero, delle varie famiglie religiose, e poi, voi costituite la porzione eletta della Chiesa di Sardegna e il motivo delle sue migliori speranze. Nel vedervi qui davanti a Noi, innanzitutto Noi dobbiamo compiacerci. Che dobbiamo dire ricordando il seminario che noi abbiamo visitato e di cui siamo stati ospiti 38 anni fa? (sono molti 38 anni). E devo dire: quam mutatus ab illo [“quanto era diverso da quello che ricordo!” ndr]! Qui adesso tutto è bello, tutto è nuovo, e mi compiaccio tanto di questa bellissima costruzione, non solo perchè è bella in sè stessa, ma perchè mi sembra simbolo della costruenda Chiesa nuova di Sardegna, che siete voi! E mi pare doveroso per voi, ma soprattutto da parte Nostra, di dare quindi un pensiero, un pensiero di ammirazione, di riconoscimento a chi ha merito a questa costruzione, e specialmente a quel vostro santo Mons. Piovella, e poi al venerato antecessore del Pastore che adesso regge la vostra Chiesa: Mons. Paolo Botto. Vi diremo che prima di partire abbiamo mandato a firma nostra un telegramma, un messaggio a Mons. Botto, perchè lo volevamo spiritualmente presente e volevamo assicurarlo della nostra riconoscenza e della Nostra preghiera.

E adesso ci piace davvero di vedervi qua davanti a noi, quasi per ristorarci della
lunga via, così pieni di santo fervore. Ci pare di leggere nei vostri cuori, di poter «intus legere» [“leggere dentro”, ndr], di capire quello che c’è nelle anime, come il signore «sciebat quid esset in homine» [sapeva cosa è nell’uomo” ndr]; era Dio, si capisce, ma Noi che lo serviamo, che cerchiamo zoppicando di seguire i suoi passi, vorremmo avere un pò di questo dono di poter leggere nelle anime. E allora sfidiamo anche Noi, anche se siamo tanto inabili, questa arte di leggere dentro, di leggere nei vostri cuori. Cosa vi avete? Beh, avrete chissà quale tumulto quale vegetazione di pensieri e di sentimenti, di esperienze ecc.! Una cosa avete tutti: la vocazione, la chiamata. E’ calata dal cielo una parola ed ha battuto dentro di voi, vi è penetrata, e ha parlato dentro, e si è presa la padronanza della vostra vita; ed è proprio a questa esperienza, a questo fatto che va adesso il mio pensiero, il mio augurio, il mio incontro con voi. Ci pare, dicevamo, di leggere nei vostri cuori un desiderio acceso in questi giorni dalla Vergine SS.ma, il desiderio di sapere che cosa la Chiesa attende soprattutto da noi sacerdoti e da voi che vi preparate al Sacerdozio, affinchè possiamo tutti diventare davvero… Cosa siamo noi? «Strumenti», siamo strumenti, abbiamo una causalità strumentale, cioè passa attraverso di noi una virtù divina che ci rende ministri, ma non solo ministri, direi, meccanici, così: ministri operanti e capaci di essere i distributori, come dice S. Paolo, «misteriorum Dei», dei misteri di Dio. Direi che Dio si incarna ancora attraverso di noi ed esce nel mondo attraverso il nostro ministero.

Dunque crediamo di dovervi rispondere a questa interrogazione con una frase biblica, che riassume tutto il programma di vita. Lo dico per voi. e dovrei dirlo principalmente per me: «Sancti estote» [“siate santi”, ndr]. E dovremo qui fare l’analisi di quale sia la santità del sacerdote: la santità è l’uniformità ad un tipo: soltanto Dio è santo per se stesso. Tutti gli altri sono santi perchè somigliano, perchè derivano, perchè coincidono, perchè si appropriano, sono santi per derivazione. Qual’è la derivazione, qual’è la somiglianza, qual’è la parentela del ministro di Dio con Colui che è la sua sorgente, con colui che lo investe di questa potestà veramente carismatica, veramente prodigiosa e sacramentale e profetica, qual’è? «Sancti, estote!» Ecco la consegna che vi affidiamo. Non la commentiamo e non la analizziamo adesso, ma ve la lasciamo cosi, come si buttasse un fiore. Ne abbiamo ricevuti tanti di fiori, passando nel nostro itinerario. Anche noi buttiamo là: «Sancti estote!», siate santi! Cerchiamo tutti di essere davvero santi. E diremo questo con l’autorità, si, che ci viene dal ministero apostolico, che abbiamo il grande peso, ma la grande ventura di esercitare. Con l’autorità di Papa: abbiamo bisogno di sacerdoti santi.

Sarebbe tutto detto. Se la Chiesa oggi disponesse anche numericamente di meno, ma di sacerdoti, di ministri che veramente fossero santi, cioè che attingessero da Cristo la sua virtù, si modellassero sui suoi esempi e sulle sue parole, li vivessero e trasfondessero ad altri, la Chiesa risponderebbe alla sua missione; potrebbe essere, come sarà ai giorni ultimi, che la «charitas refrigescet» [“l’amore si raffredderà”, ndr], e si diminuirà, si spegnerà la carità in molti cuori, ma la Chiesa sarebbe la carità viva; la Chiesa sarebbe la Chiesa viva e la Chiesa autentica e la Chiesa, direi, onnipotente di Cristo.

Purtroppo in questo tempo ci sono molte voci nella Chiesa, che fanno dimenticare questo fondamentale dovere di ogni cristiano. Badate che parliamo con molto rispetto! Vediamo nella Chiesa una vegetazione di riviste, di espressioni, di libri, tutta una letteratura; voci, voci, voci; e quanto più diversa, più, si dice, deve essere pluralistica; non più corale la voce della Chiesa, ma tumultaria. Viene da tutte le parti. Ebbene, tante e tante di queste voci non fanno eco a quella che io ora vi dicevo; e cioè: bisogna che noi ci assimiliamo a Cristo, primo; e poi ci doniamo agli altri, secondo: ed è tutto il nostro
programma.

E chi invece studia problemi sociologici,e chi problemi teologici, e chi vuole una nuova filosofia, e chi vuole un nuovo costume; e chi dice: tempi nuovi! e chi osa perfino dire: ma bisogna finirla con la Chiesa preconciliare, bisogna farne una nuova; la faremo noi, noi siamo gli archi tetti della Chiesa nuova! E quell’architetto primo che ha detto: aedificabo Ecclesiam meam»?

«Faremo da noi!» Vi pare che sia un buon fenomeno questo? Perchè si dimentica ripetere la parola cardine, che vi stiamo annunciando; si dimentica che la santità è il primo dovere della vita sacerdotale. Purtroppo, dicevamo, in questo tempo ci sono molte voci nella Chiesa, che fanno dimenticare questo fondamentale dovere, e ciò in nome di un adeguamento ai tempi. Qui ci sarebbe tutta una lezione, che i vostri professori faranno molto bene: cioè cosa sia questo relativismo prodotto dalla storia. La storia che cos’è? il passaggio, il flusso delle avventure umane, delle vicende umane, ecc.; e noi abbiamo rapporto con queste, e diciamo continuamente: bisogna che ci adeguiamo, bisogna aggiornarsi, bisogna essere del nostro tempo, bisogna inserirsi, bisogna essere moderni, ecc.

E’ vero! Ma come, ma come? Uno si butta a nuoto in un fume per annegare o per nuotare? Per dominare l’elemento infido, o invece per affogarsi e perdersi? Noi siamo dei pescatori e dobbiamo, sì, misurarci con questo elemento mobile, infido, continuamente mutevole, continuamente bisognoso d’una nostra sperimentalità; non dobbiamo essere consuetudinari; non ci sono nella pratica della vita pastorale delle formule talismano, che vanno sempre bene; bisogna essere capaci di moderarle, di modellarle secondo i bisogni, ma sempre con questa legge suprema e intangibile: io devo custodire il deposito. Io ho un tesoro da portare con me, io valgo qualche cosa in quanto conservo e trasfondo questa parola eterna che è il Vangelo. Se io fossi infedele al Vangelo, non fossi questo canale distributore fedele, sarei davvero un uomo mancato, sarei quello che si dice adesso, con un termine tanto di moda, alienato, sarei frustrato. La frustrazione è la perdita di questo agganciamento anteriore, che deve essere la ragione e il segreto della nostra vita: essere uniti a Cristo, ripeto, essere santi.

Sono tutte queste voci, forse suadenti, e che cercano di scuotere l’animo specialmente di chi è disposto, direi per natura, per età, per gioventù, che prende l’ultima voce come se fosse la più vera e la più importante. Diletti figli, sappiate distinguere fra il rumore di queste voci ingannevoli, la Voce per eccellenza, la voce di Dio, quella che vi ha chiamato, la vocazione, l’unica vera voce che può rispondere alle vostre sante aspirazioni, Sappiate tenere l’orecchio sempre attento a Colui che un giorno, in un modo misterioso, ma inconfondibile, vi fece sentire l’invito; “Veni, sequere me!». Questa è la voce che qualifica e che determina il destino e il cammino della nostra esistenza sacerdotale. Tenete a fissa, tenetela cara!

Certo tutti i cristiani debbono lavorare per il rinnovamento della Chiesa; essa ha bisogno di rinnovarsi e purificarsi continuamente, come afferma la bellissima costituzione «Lumen Gentium» del Concilio, e ha ognuno il dovere di portare il suo contributo secondo i propri (altra parola venuta di moda) carismi.
Ma il suo sarà un contributo valido a due condizioni: che lo faccia con spirito evangelico, e che cominci l’opera di riforma e di purificazione della Chiesa… da
dove? C’è chi parla: bisogna cambiare il Vaticano, è ora di finirla; bisogna cambiare la Curia romana; bisogna cambiare la gerarchia; adesso ce l’hanno anche con i Vescovi, e anche con i Parroci e con i Canonici, non è vero? C’è l’insurrezione… contro gli altri! La purificazione, la restaurazione, l’aggiornamento, la perfezione dovrebbe incominciare da noi. Io sono il primo che devo dire: “mea culpa”, e devo incominciare umilmente questa pedagogia che i tempi nuovi impongono. Mi devo rimodellare per essere capace di capire, di parlare, di esercitare il mio ministero.

Questa pedagogia, che continua, questa formazione, che non si ferma all’ultima classe del Seminario, ma che diventa esperimento per tutta l’esistenza. Bisogna cominciare da se stessi, contestando se stesso prima e contestare gli altri. Cosi hanno fatto – evviva la storia – i veri riformatori della Chiesa, i santi, i veri santi, che hanno cominciato ad essere severi e riformatori, e, direi, malcontenti di se stessi, ed hanno domandato a se stessi trasformazione, sacrifici, cose cosi paradossali, per essere pari al loro dovere. Da se stessi hanno incominciato, e allora sono diventati abili e idonei a riformare gli altri.

Non è a dire che questi uomini non sentissero i mali della Chiesa del loro tempo! Basta leggere qualche cosa di S. Caterina, per dire un esempio, dato che la dobbiamo adesso mettere sopra quell’altare speciale che è riservato ai Dottori della Chiesa: che cosa sapeva della Chiesa, e come la vedeva al suo tempo! Eppure quanto amore! Forse nessun altro santo ha amato la Chiesa in quanto tale, in quanto gerarchica come S. Caterina. Essi protestarono contro tutti questi malanni, ma alla maniera del Vangelo; non con critiche amare contro i fratelli, non con la ribellione alla gerarchia, non accusando la Chiesa e i cristiani per la loro lentezza a porsi sulla linea del Vangelo, ma mettendosi essi stessi per primi sulla via della santità. Santità che è fondamentalmente una sola, come dicevamo, quella di Cristo, e che oggi come ieri è fatta di amore di Cristo, di preghiera, di dono di sè al servizio del prossimo, di lotta contro le passioni, e poi di obbedienza e di amore alla croce di Cristo.

E qui terminiamo con una conclusione che è questa: una volta, chi aveva autorità nella Chiesa, chiamava, si, le anime buone: Venite a servire la Chiesa; e venivano numerose. Ma la loro parola aveva un doppio valore: uno, un valore autentico, di essere la voce eco di quella di Cristo; e l’altra che offriva una posizione sociale, offriva quello che ne diritto canonico si chiamavano, non so se felicemente, i benefici. S. Carlo, per esempio, aveva il fastidio di avere troppi sacerdoti; ma perchè? Perchè aveva tanti benefci da coprire, e allora bisognava che ognuno avesse il suo titolare; e così che Clero risultava? La Chiesa di oggi, figlioli non vi offre benefici! Non vi offre una posizione sociale onorata e tranquilla, non vi offre uno stato rispettato e non contestato, onorato e pieno di quelle soddisfazioni, che si possono avere anche servendo il Signore! Vi offre una croce nuda, vi offre il sacrificio solo; e venendo tra voi ve lo devo dire: guardate che i tempi domandano ai Sacerdoti questo: il sacrificio di sé.

Chi è capace di portare la croce, venga! E chi non si sente, come i soldati di Gedeone, torni pure indietro, che non è fatto per questo regno dei cieli! Sarà fatto per un altro, ma non per questo elettissimo del servizio di Cristo, mediante l’identificazione della propria persona con la sua potestà, anzi con la sua stessa persona, come «Alter Christus». La Croce! Noi siamo certi, diletti figli, che voi sarete fedeli a questa chiamata e a questa consegna, e che unitamente ai vostri confratelli, che, pur lontani, sono qui presenti spiritualmente, riprenderete con rinnovato vigore il vostro posto di lavoro, il vostro posto di studio, facendo sempre onore a Cristo e alla Chiesa, e collaborando strettamente con i vostri Pastori per il bene spirituale della vostra Sardegna.

Facciamo una promessa tutti! Vogliamo fare veramente la Sardegna buona, fedele e autenticamente cattolica! Lo volete? E allora due cose: una preghiera ai Signore, e poi Noi, quasi interpretando che questa preghiera sia esaudita, vi daremo a tutti una speciale benedizione.

Share This