“Prendi, Michelino, prendi! Noi due faremo tutto a metà”

(Dalle testimonianze del beato Michele Rua)

Un sogno che stravolge i piani

Giovanni Bosco nacque nel 1815 a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco), nella frazione collinare dei Becchi. La madre, Margherita Occhiena, era una donna umile e coraggiosa, che portava avanti da sola la propria famiglia dopo la morte di suo marito dovuta a un malanno accidentale. Il contesto di casa Bosco era molto umile, ma anche molto difficile: il fratello maggiore di Giovanni, Antonio, non perdeva occasione per rimproverarlo, anche immotivatamente, e per ricordargli chi avesse la supremazia in famiglia; ciononostante Giovannino Bosco sognava in grande, e per davvero! A 9 anni fece un sogno profetico, che racconta egli stesso nelle sue Memorie:

“All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profonda­mente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli. Alcuni ri­devano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, ado­perando pugni e parole per farli tacere.
In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bian­co gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli ag­giungendo queste parole:
– Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità do­vrai guadagnare que­sti tuoi amici. Mettiti dunque immediata­mente a spiegare loro la bruttezza dei pec­cato e la preziosità della virtù.
Confuso e spa­ventato soggiunsi che io ero un pove­ro ed ignorante fan­ciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento quei ragazzi c­essando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.
Quasi senza sapere che mi dices­si, soggiunsi:
– Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?
– Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza.
– Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza? 
– Io ti darò la maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.
– Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
– Io sono il figlio di colei, che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.
– Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.
 Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano e mi disse:
– Guarda.
Guardando mi accorsi che quei fanciulli erano tutti fuggiti ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, orsi e di parecchi altri animali.
– Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli. 
Volsi allora lo sguardo ed ecco invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che, saltellando, correvano attorno belando, come per fare festa a quell’uomo e a quella signora.
A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
– A suo tempo tutto comprenderai.
Ciò detto, un rumore mi svegliò; ed ogni cosa disparve.
lo rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che mi facessero male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti. Quel personaggio, quella donna, le cose dette e quelle udite, mi occuparono talmente la mente che, per quella notte, non mi fu più possibile prendere sonno.”

(San Giovanni Bosco, Memorie)

Fu un sogno davvero profetico, che si concretizzo sempre di più con il passare del tempo: imparò dei giochi di prestigio e da saltimbanco per attirare i ragazzini, ai quali insegnava il Vangelo e condivideva il messaggio di Gesù.

Dopo aver attraversato una difficile adolescenza, mettendosi al servizio per racimolare del denaro, riuscì a seguire la sua vocazione entrando nel seminario di Chieri, dove studiò e conobbe il suo padre spirituale, don Giuseppe Cafasso. Venne ordinato il 5 Giugno 1841 nella cappella dell’Arcivescovado di Torino.

Il suo primo incontro con i giovani avvenne nelle carceri di Torino: vedere quei giovani senza speranza e senza ambizioni per il futuro lo scosse notevolmente e lo spinse a impegnare la sua vita per loro. Non solo: conobbe le difficili realtà giovanili della Torino dell’epoca, dove lo sfruttamento e la piaga della povertà si espandevano a macchia d’olio. Si recava da questi ragazzi per incominciare a promuovere degli incontri con loro, per parlare del Vangelo e giocare in allegria. Andava a trovarli nei luoghi del loro lavoro, per conoscere da vicino le loro sofferenze e promuovere per loro una maggiore dignità. Per loro riuscì, tra mille difficoltà, a trovare un posto stabile dal quale far partire tutta la sua opera: la tettoia Pinardi, a Valdocco, dove venne costruito il primo oratorio di don Bosco.

“Faremo tutto a metà”

Proprio durante una di queste visite, don Bosco incontrò uno di quei ragazzi, di nome Michele Rua, che divenne uno dei suoi “figli” prediletti. Michele era nato a Torino nel 1837: anch’egli orfano di padre, venne mandato dalla madre a lavorare fin da giovanissimo per racimolare qualche soldo nel tentativo di portare avanti la famiglia. Proprio durante le ore lavorative di Michele Don Bosco si recò a consegnare ai suoi ragazzi delle medagliette. Anche Michele ne chiese una, ma il sacerdote, anziché dargliela, fece un gesto molto particolare con le mani: una la stese avanti a sé, e scese l’altra mano come per mozzare in due la mano stesa. Nel far questo, diceva: “Prendi, Michelino, prendi!”. Michele era confuso, non capiva cosa stava accadendo e perché non gli desse la medaglietta. Al che don Bosco, vedendo la sua perplessità, gli disse: “D’ora in poi, Michele, noi faremo tutto a metà”.

Michele non si dimenticò mai di quelle parole, tornandovi spesso nelle sue riflessioni. La sera del 3 ottobre 1852 (Michele aveva 15 anni), dopo la gita che i migliori giovani dell’Oratorio facevano ogni anno ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario, il ragazzo vinse la timidezza e parlò con Don Bosco.«Si ricorda dei nostri primi incontri? Io le chiesi una medaglia e lei fece un gesto strano… Che cosa voleva dire?». E lui: «Ma caro Michele, non l’hai ancora capito? Eppure è chiarissimo. Più andrai avanti negli anni e meglio comprenderai che io volevo dirti: nella vita noi due faremo sempre a metà. Dolori, cure, responsabilità, gioie e tutto il resto saranno per noi in comune». Don Bosco, con parole e gesti semplici, aveva reso l’entusiasta Michele Rua suo erede universale. Nel 1853 Michele, avviatosi al sacerdozio, ricevette da don Bosco stesso l’abito clericale ai Becchi, là dove Giovannino era cresciuto.

Nel 1854, don Bosco fondò la Congregazione Salesiana, ispirata alla mitezza e al carisma di San Francesco di Sales e votata all’educazione e alla vicinanza ai giovani. Michele Rua, insieme ad altri ragazzi dell’oratorio di Valdocco, fu invitato a prendere parte a questo progetto di don Bosco, e acconsentì con molto entusiasmo. Il progetto salesiano si concretizzerà nel 1859, con l’ufficializzazione della congregazione da parte del papa Pio IX e la nomina dell’allora tettoia Pinardi come Casa Madre della Congregazione. Don Bosco era superiore generale e Rua direttore spirituale: diventò di fatto il “braccio destro” del santo sacerdote, che già da anni serviva nell’ombra. Don Bosco era per lui un padre, un maestro, un amico, un vero modello da seguire, tant’è vero che un giorno asserì:

“traevo maggior profitto nell’osservare don Bosco, anche nelle sue azioni più umili, che a leggere e meditare un trattato di ascetismo”

Nel 1860 venne ordinato sacerdote della Congregazione Salesiana. Di lī a poco sarebbero iniziati diversi problemi di salute per don Bosco, che potè sempre contare sull’aiuto di quel Michelino che aveva incontrato nella povertà e che ora era sempre al suo fianco. Alla sua morte, avvenuta il 31 Gennaio 1888, don Michele Rua divenne Superiore Generale dei Salesiani, primo successore di don Bosco alla guida della Congregazione. Don Bosco fu canonizzato nel 1934 da papa Pio XI, mente Michele venne beatificato nel 1975 da San Paolo VI.

L’amicizia tra don Bosco e don Rua è stata veramente portatrice di santità! Questo fortissimo rapporto tra i due (quasi un rapporto padre-figlio!) ci può far riflettere sull’importanza della confidenza nel contesto vocazionale: trovare nei nostri amici le guide giuste, dalle quali saper trarre il meglio per loro e per noi stessi, è veramente fondamentale per la buona riuscita del nostro cammino. Don Bosco amava dire: “Camminate con i piedi per terra, e con il cuore abitate in Cielo”: così volle camminare con Michele Rua, e così invita a fare anche a noi!

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